Itinerario romantico...per gli altri, io viaggio da solo!

Migliaia di chilometri fino a raggiungere l’affascinante Praga attraverso le altissime Alpi austriache, la misteriosa Bratislava, la zona termale della Repubblica Ceca e infine guidando lungo una parte della Romantische strasse e la val Engadina.

“Un viaggio, tante emozioni, tanti sogni, tanto divertimento…un altro ricordo da custodire per sempre nel mio cuore!”

Sono davanti casa, i bagagli sono sistemati sopra la mia Hornet 900 e sono pronto per affrontare, come tutti gli anni, il mio viaggio “estivo” quando, girata la chiave e schiacciato lo starter, il motore comincia a darmi qualche problema. Il rumore non è quello che ho sempre desiderato di sentire… qualche cilindro non vuol funzionare stamattina! Sarà per caso una candela sporca? Nonostante tutto mi metto alla guida, e dopo alcuni chilometri fatti a velocità di lumaca, all’improvviso, il motore si sblocca e inizia a correre forte, sempre più forte. Evviva, la mia vacanza sta per avere il via!
Questa “specie di racconto” non vuole essere una guida o un diario pieno di informazioni sui posti visitati, bensì un racconto di emozioni provate e qualche consiglio utile per chi vuole intraprendere un viaggio (in moto e non!) da queste parti.
Guido tranquillo in direzione di Firenze sotto un cielo nuvoloso che ha fatto abbassare la temperatura. Spero che migliori, altrimenti sarò costretto ad indossare qualche indumento più pesante! Arrivato a Firenze, mi immetto in autostrada e seguo la direzione di Bologna e poi di Verona. I trasferimenti autostradali mi annoiano tanto. Per passare il tempo cerco sempre un diversivo. Per esempio, quando viaggiavo in Germania leggevo le targhe delle automobili e cercavo di indovinare a quale provincia appartenessero e lo stesso facevo in Italia con le targhe vecchie, ma ora che son cambiate, cosa faccio per svagarmi? È un martedì di metà luglio e traffico non ce n’è poi così tanto. Arrivo all’altezza di Rovereto e decido di uscire. La mia tappa di oggi è Bolzano a casa di un amico. Visito il cimitero monumentale di Rovereto e poi continuo sulla statale che porta a Trento. Mi fermo nel capoluogo trentino e faccio un breve giro per il centro…. niente male! Riprendo la mia motocicletta ed eccomi guidare tra montagne che diventano sempre più alte e che incutono un pochino di timore a chi è un uomo di mare come me! La mia guida rilassata prosegue tra curve che sembrano essere fatte apposte per andare in moto, su un asfalto incantevole senza l’ombra di una buca, attraverso paesini formati da tante piccole case di legno, con i tetti tipici alpini e i balconi pieni di fioriere colorate e scintillanti, fino ad arrivare alla città di Bolzano. Mi incontro con il mio amico Giuliano (che è così fortunato a lavorare in quel paradisoJJ!) e trascorriamo la sera seduti davanti ad un tavolo a mangiare salumi e formaggi della zona insieme ad altri miei vecchi amici che non vedono l’ora di “scappare” e tornare nel magnifico Salento!
Il giorno seguente, dopo aver ritirato un pochino di contante, parto in direzione del confine. Il viaggio, da ora in poi, sarà prevalentemente su strade statali e mai su autostrade. Attraverso stupendi paesini montani, faccio una piccola sosta a Bressanone e poi continuo fino ad arrivare a Brunico dove, parcheggio la moto e faccio un giretto per il centro. E’ orario di pranzo, così decido di mettere sotto i denti un buon dolce. Riparto, attraverso Villabassa e Dobbiaco ed infine arrivo al confine con l’Austria dove però è rimasto solo il palazzo della vecchia dogana. Sono in Austria. Il viaggio è sempre più interessante. Panorami magnifici con cascate stupende si aprono ai miei occhi dopo ogni curva, montagne altissime mi cullano durante la guida, animali selvatici attraversano la strada e il profumo della natura inebria la mia mente!
Il mio stomaco si batte per avere qualcos’altro, così mi fermo a mangiare un panino con una bella salsiccia. Riprendo la guida, attraverso il tunnel Felbertauern (a pagamento, 8€ per moto e 10€ per auto!), la strada è un susseguirsi di curve in paesaggi meravigliosi, quelli da ripagare in maniera completa le fatiche per raggiungerli. Rallento sempre più, quasi per fermarmi. Avrei voglia di rimanere “immerso” in quella natura incontaminata e tra quelle montagne così alte. Dopo diverse ore di guida, arrivo finalmente a Salisburgo. Il mio GPS mi porta in giro per la città a cercare un alloggio per la notte, ma i prezzi sono elevati per il budget che mi ero prefissato, così alla fine, esco fuori pochi chilometri e mi sistemo in una campeggio. Salisburgo è una bella città, molto romantica e piena di turisti. Dall’alto del castello ammiro, senza fiato, questa città dove nacque e visse fino all’età di 17 anni il grande compositore W. A. Mozart. Passeggio tranquillo per le belle vie dell’elegante centro pieno di negozi di souvenir e prodotti tipici. Una rilassante musica classica suonata da bravissimi artisti per strada accompagna la mia passeggiata. E’ un atmosfera unica, sembra di essere tornato indietro nel tempo! Immagino le carrozze dei nobili e priori dell’epoca solcare il manto lastricato di queste vie, lungo il fiume.
Dopo una giornata di relax nella città mozartiana, riprendo la mia moto, mi immetto in autostrada e dopo aver acquistato una vignette per 10 giorni (è il minimo consentito; costo 4,30€ per moto), mi dirigo verso Vienna. Sosto un’oretta nella cittadina di Linz, visito l’Alter Dom, Hauptplatz, Altstadt e chiacchiero qualche minuto con un italiano che è lì con il suo gruppo teatrale (www.silenceteatro.it). Incrocio anche una coppia di motociclisti francesi che avevo conosciuto due giorni prima per le vie di Salisburgo. Voglio arrivare a Bratislava e quindi continuo senza sosta in direzione di Vienna. Il sole è alto e fa caldo, ma fortunatamente il vento della moto mi refrigera un pochino. Sento emozioni che non provavo da tempo…quel senso di libertà che solo viaggiando in moto si può avere! Supero diverse indicazioni delle uscite per Vienna e proseguo per la Slovacchia. L’autostrada finisce e la strada diventa stretta e abbastanza trafficata. Svolto a sinistra e dopo un lungo rettilineo in mezzo a coltivazioni di girasoli, mi ritrovo alla frontiera Slovacca. Un veloce controllo del passaporto (anche se basta la carta d’identità!) ed eccomi sulla strada che porta dritto dritto a Bratislava. Il paesaggio cambia e anche le macchine, le persone non sono quelle che incontravo pochi chilometri prima in Austria.

Arrivo nella capitale Slovacca e mi metto subito alla ricerca di un ostello. Dopo vari tentativi ne trovo uno, ma alla reception vogliono subito Dinari Slovacchi ed io ancora non ho cambiato i miei euro! Allora decido di trovare un altro ostello dove il personale sia anche un pochino più gentile. Passo affianco una banca e mi fermo a cambiare 70 € (mi accorgerò di aver cambiato un pochino troppo per solo 1 giorno!). Arrivato all’ostello prendo una stanza (costo 252 Kn). L’esterno del palazzo è “poco curato” e all’interno sembra ci sia stata una guerra! Comunque a me sembra una buona sistemazione (nei miei viaggi sono abituato a ben altro!). Trascorro la serata nel centro della città in mezzo a decine e decine di ristoranti, locali, pubs…. e ammiro con senso di “devozione” la bellezze delle ragazze slovacche! Consumo la mia succulenta cena servita da una cameriera alta circa 185cm, bionda, occhi azzurri, un viso d’angelo, un corpo statuario…insomma una vera e propria modella, quelle da far perdere la testa a qualunque uomo! Torno all’ostello con il cuore infranto, innamorato centinaia di volte, e faccio una chiacchierata con due studentesse che mi raccontano che l’ostello viene utilizzato soprattutto da ragazzi e ragazze che studiano all’università.
La notte non riesco a dormire. Un vento fortissimo si abbatte sulla città e ho paura che la moto venga scaraventata a terra. Tant’è che decido di alzarmi e andare a controllare. Il vento fa veramente paura, ma la moto è sempre lì, sistemata fuori in un angolino dietro una macchina. Il giorno seguente, di buon ora, riprendo la via in direzione della Repubblica Ceca. La temperatura non è alta, fa fresco ma riesco comunque a godermi i panorami che si susseguono. Attraverso paesini dove ancora lo stile comunista è visibile, supero macchine che si vedono nei film di spionaggio durante la guerra fredda, incrocio lo sguardo di ragazze magnifiche che aspettano l’arrivo dei pullman.
E’ sabato, arrivo alla frontiera della Repubblica Ceca. Anche qui, un veloce controllo del passaporto (basta la carta d’identità) ed eccomi in terra Ceca. Proseguo per Brno, famosa cittadina per la pista di motociclismo. Mi accorgo, una volta arrivato in città, che proprio in quei giorni è in svolgimento la SuperBike. I cartelloni con Max Biagi tappezzano le vie del centro. Mi reco in diversi B&B, ma è tutto occupato. Anche gli alberghi registrano il tutto esaurito, così mentre sto decidendo se andar via o meno, vedo una Pensione. Sono fortunato, la struttura è nuova ed è molto accogliente. Trascorro la serata nelle vie del centro e visito il castello dove Silvio Pellico ed altri italiani furono rinchiusi.
La mattina seguente carico i bagagli sulla moto e parto in direzione Praga. Si, oggi raggiungerò la capitale Ceca dove mi fermerò qualche giorno.
Guido tranquillo in autostrada, la temperatura è abbastanza fresca e decine di moto da strada con motociclisti che sembrano debbano partecipare al MotoGP mi superano a velocità sostenute. Dopo alcuni chilometri arrivo all’uscita che porta alla pista di Brno. Visto che ci sono perché non andare a vedere? Arrivo al parcheggio dopo pochi minuti e migliaia di moto da corsa sono lì parcheggiate. I proprietari vedono la mia Hornet con le due valigie laterali d’alluminio, borsa da serbatoio, baule posteriore e per finire me che indosso un paio di jeans anziché una di quelle tute spaziali che indossano loro e chissà cosa avranno pensato! Sono due modi diversi di concepire la moto. Io la vedo come mezzo magnifico per visitare il mondo, loro come corse e velocità. Visto che voglio raggiungere Praga il più presto possibile, giro la moto e torno indietro. Il cielo è sempre più scuro infatti dopo alcuni minuti, arriva una pioggerellina che mi costringe a fermarmi per indossare l’anti pioggia. Che cosa santa che ho fatto! Dopo alcuni chilometri, la pioggerellina diventa un’acquazzone. Sotto questo cielo scuro e piovoso arrivo nella capitale Ceca. Il mio GPS mi guida fin davanti l’ostello dove, sistemati i bagagli nella stanza, faccio amicizia con due ragazzi milanesi che avevano trascorso il weekend. Mi danno delle dritte sui locali da frequentare nei giorni seguenti. Inizio subito a visitare la città. E’ meravigliosa! Tantissimi turisti affollano le vie del centro pieno di negozi di souvenirs, bars, ristoranti, ambulanti…
Passeggiando alla ricerca di una banca (purtroppo è domenica e son chiuse!) incrocio una ragazza bellissima. Alta 1,80, capelli castani lunghi, occhi chiari, fisico da urlo, indossa una top bianco attillatissimo e un pantalone fusaux celeste. Non perdo l’occasione per fare una battuta in inglese. Lei mi risponde e così non me la lascio sfuggire! Inizio a parlarci e quando le dico che sono italiano, lei inizia a parlare la mia lingua…siamo a cavallo! Un appuntamento per la sera e voilà….Praga mi piace sempre più!:)

Continuo la mia passeggiata per il centro e finalmente arriva sera…. Passiamo a raccontare il giorno seguente!
Dopo un’abbondante colazione all’ostello, cartina della città alla mano (di quelle che danno gratis agli uffici informazioni), esco fuori e mi dirigo in giro alla scoperta della città in maniera più completa rispetto a ieri pomeriggio. Il centro della città è suddiviso in 5 zone situate a est ed ovest del fiume Vltava. A est vi è Stare Mèsto (dove c’è la piazza della vecchia città, l’orologio astronomico, piazza della Repubblica) e Josefov (quartiere ebraico con le sue stupende costruzioni). A ovest vi è Hradcany (castello della città, chiesa di San Nicola, chiesa di Loreto, diversi giardini panoramici e sede di quasi tutte le ambasciate), Malà Strana (torre Petrìn, la funicolare, panorami magnifici sulla città) e infine Letnà. Da visitare (è impossibile non capitarci!) il famoso ponte (Charles Brighe) che collega i quartiere di Stare Mesto con Hradcany.
Sono seduto ad una panchina proprio sotto la torre di Petrin, costruita nel 1891 da Prasil come copia della Torre Eiffel di Parigi conta 299 gradini che si fanno con piacere a meno che uno non soffra di vertigini! In questo caso, farebbe meglio ad ammirarla da sotto! Per arrivarci c’è la funicolare altrimenti si sale a piedi. Basta un pochino di allenamento per farcela…naturalmente con questo caldo si suda non poco!
Sono nuovamente seduto, questa volta sulla gradinata della statua di Tomas Masaryk in piazza Hradcanske di fronte all’entrata del castello e al bordo di uno dei punti più panoramici di Praga. Ammiro la città ascoltando un gruppo di musicisti che suonano musica tradizionale. Sono veramente felice di essere qui! Alle 14 vedo il cambio della guardia (avviene ogni ora).
Il giorno seguente percorro una cinquantina di chilometri in moto sotto la pioggia e visito il castello di Karlstejn. E’ un castello medioevale, tenuto magnificamente. Aspetto il mio turno e, con altri turisti, visito l’interno del castello. Torno a Praga e mi dirigo in centro per fare qualche foto di rito!
Oggi lascio Praga, il cielo è nuvoloso, nella notte ha piovuto parecchio, ci sono pozzanghere per terra e il mio GPS mi indica la strada da seguire verso nord. Che bella invenzione il GPS, anche se mi mancano “le grandi manovre” sul serbatoio della moto cercando di orientare la cartina. Con il Gps non riesco più ad orientarmi. Mi faccio “rapire” da quel piccolo schermo e mi affido ciecamente al suo “orientamento”!
Praga, una città adatta alle coppiette per il suo romanticismo, alle persone meno giovani perché rilassante, ai singles perché divertente e piena di bellezze (non solo monumentali!)…insomma, Praga è una città per tutti i gusti!

Sotto un cielo plumbeo mi dirigo verso nord alla scoperta della zona termale della Rep. Ceca. Karlovy Vary è una bella cittadina della Boemia occidentale e fa parte di un gruppo di località termali ricche di sorgenti d’acqua calda che offrono ai visitatori una dimensione di spartana tranquillità. La cittadina si estende in una vallata stretta con ripidi pendii boschivi e l’attività che ruota intorno alle sorgenti termali ha portato ricchezza e benessere. Cammino tra le vie eleganti del centro, dove noto le graziose costruzioni delle terme, con le tipiche strutture coperte dove la gente non più giovanissima passeggia sorseggiando l’acqua termale da bizzarri bicchieri in porcellana a forma di pipa.
La guida prosegue in mezzo a paesaggi rurali come quelli che la mia mente immaginava tipici di questi luoghi. Raggiungo Frantiskovy Làzne, un paesino unico, dove predomina il giallo delle facciate delle case, faccio una rilassante passeggiata in mezzo a strade alberate, parchi, giardini e lungo la via centrale piena di classici negozi di souvenirs. Riprendo la mia corsa fino a giungere a Marianské Lazne, la terza città termale, meno affollata delle altre, ma ricca di sorgenti. Visito il centro e la collina sovrastante, piena di alberghi elegantissimi, a bordo della mia moto.
Proseguo in sella alla motocicletta in direzione sud-est, oltrepasso paesi anonimi con edifici fatiscenti e sgradevoli in molti dei quali, per non dire in tutti, si respira ancora un’atmosfera che sembra far rivivere il periodo comunista.

La tappa di oggi è Plzen, la città natale della famosa birra Pilsner, diventata una vera e propria istituzione della Repubblica Ceca, tant’è che quando c’è stata la possibilità che fosse acquistata da una società straniera, lo Stato è intervenuto bloccando la trattativa di vendita. Visito i pochi monumenti del centro, una mostra fotografica e, mentre son vicino allo stadio, comincio a sentire una musica provenire da lontano, così decido di avvicinarmi. Intravedo decine e poi centinaia di giovani….sì, c’è una festa nel piazzale dell’industria della birra. Un gruppo musicale accompagna le tante felici bevute da parte dei giovani presenti. Non mi resta altro che unirmi a loro! Miroslav, un ragazzo che ho conosciuto durante la festa, mi accompagna per i locali di Plzen e mi fa scoprire la parte trasgressiva della città! Veramente niente male!!!!!
E’ veramente tardi stamattina, ieri ho fatto le ore piccole in giro per i locali della città. Scambio qualche parola con Narbel, un ragazzo brasiliano, e con Francesca, la sua ragazza italiana di Milano, che stanno girando il mondo in bicicletta! Beati loro….come li invidio! (per sapere delle loro avventure: http://www.eurovias.com.br/).
La cosa più curiosa che è capitata a Narbel non poteva non essere successa in Italia, a Napoli. Arrivato nella città partenopea gli hanno rubato il passaporto e quando è andato in Questura a denunciare il furto, i questurini gli hanno chiesto un documento utile per il riconoscimento, ma quando Narbel gli ha mostrato la sua carta di identità brasiliana, gli agenti hanno detto che non poteva essere accettata. Avrebbe dovuto mostrare assolutamente il passaporto! Ha dovuto chiamare l’ambasciata brasiliana e, visto che il suo viaggio in giro per il mondo è anche sponsorizzato dal Ministero dello Sport del Brasile, la Questura di Napoli ha consegnato a Narbel, in poco tempo, la denuncia di furto del passaporto.
Oggi lascio la Repubblica Ceca, l’Europa occidentale mi aspetta. Prendo l’autostrada E50 e arrivo in poche ore alla frontiera con la Germania che ancora continua ad esistere, ormai obsoleta, visto che la Repubblica Ceca è entrata in Europa dal 1° maggio 2004. Faccio una sosta a Ratisbona e poi continuo fino a Pfaffenhofen da una vecchia amica conosciuta durante i miei viaggi, nella vicinanze di Monaco di Baviera, dove mi fermo per la notte.

Trascorro l’intera mattinata con Dany e nel primo pomeriggio mi metto alla guida per raggiungere Fussen. Attraverso Monaco di Baviera, intravedo il nuovo stadio costruito per i mondiali di calcio del 2006, e guido sulla famosa “Romantiche Strasse” attraversando paesaggi meravigliosi. Arrivio a Fussen e dopo diverse peripezie riesco a trovare una stanza per la notte in un posto meraviglioso. La stanza è sistemata all’ultimo piano di una guest house tipica bavarese. Sdraiato sul letto riesco ad ammirare una stupenda cascata che si getta in un laghetto artificiale. Il panorama è semplicemente indescrivibile! Cala il buio della notte e gli unici rumori che si sentono sono l’infrangersi dell’acqua della cascata nel lago e qualche civetta sugli alberi vicini alla mia stanza.
Di buon ora mi dirigo verso il castello Neuschwanstein di Ludwing II e prenoto una visita dell’interno. Il castello sorge in una meravigliosa posizione che domina il lago Alpsee e vicino al castello Hohenschwangau (per visitare i due castelli insieme si può comprare un biglietto cumulativo -18 € -). Per raggiungere il castello Neuschwanstein è necessario camminare per circa 40 minuti su un sentiero asfaltato che parte dal parcheggio, in alternativa ci sono bus e carrozzelle trainate da cavalli.

Per non perdere tempo e soprattutto per non affaticarmi tanto, prendo un bus che in pochi minuti mi porta fin quasi alle porte del castello adagiato sulla cima di una montagna. Il panorama da lassù è stupendo. L’aria che si respira in mezzo a tutti quei boschi è fresca e rigenerante. Le sale interne sono maestose, qualcosa di unico. Ludwing II era un grande ammiratore del compositore Wagner e quindi tutti gli affreschi e il mobilio rispecchiano la forza delle sue opere.
Subito dopo la visita scendo ai piedi della montagna. La mia due ruote mi attende nuovamente. So che la mia vacanza è agli sgoccioli. Pochissimi chilometri ed eccomi entrare, senza neanche accorgermene, in Austria. Mi dirigo sulla Hahntennjochstrasse, una strada di montagna fatta apposta per i motociclisti. Incrocio tantissimi bikers, soprattutto austriaci e tedeschi. Ad ogni sosta c’è sempre qualcuno con cui parlare, scambiarsi opinioni, raccontarsi le “proprie grandi imprese” motociclistiche. Attraverso velocemente la Svizzera nel cuore dell’Engadina e arrivo a Saint Moritz. Scatto qualche foto di rito ed eccomi al confine di Chiavenna.

Sono di nuovo in Italia!

Il traffico, le buche sul manto stradale, gli automobilisti che sembrano essere tutti piloti di Formula Uno, i clacson che suonano appena il semaforo scatta verde, i sorpassi da destra di altri motociclisti…. Penso comunque che tra qualche ora tutto tornerà “normale” per la mia mente! Tra due giorni sarò di nuovo dietro la mia scrivania a pensare a queste due belle settimane trascorse in giro per l’Europa con la mia moto e iniziare a fantasticare su altre destinazioni da raggiungere.

Un lampeggio a tutti…. Alla prossima avventura!

CONSIGLI UTILI:

Bloc notes – Informazioni utili

Mangiare: in tutti i Paesi attraversati è sempre stato possibile trovare piccoli ristoranti, pizzerie o ambulanti che proponevano menu locali a base di carne o pesce a prezzi abbordabilissimi.
Dormire: Nessun problema per trovare alloggio. Ho dormito presso ostelli, pensioni e guest houses a prezzi convenienti (da 15 a 35 € a notte).
Cartine geografiche: Atlante stradale dell’Istituto Geografico DeAgostini “Viaggia l’Europa” 1:800.000; cartine per GPS GARMIN Europa dell’ovest.

CUORE GRANDE: PISA – DAKAR…CON UNA NAKED!



“Delle volte si rimane chiusi nel nostro intimo solo perchè si ha paura di credere ai propri sogni”



Ci sono viaggi che ti fanno capire di essere fortunati, ma ti fanno capire anche che la ricchezza materiale non è nulla se non c’è dentro di noi quell’umanità, rispetto e amore per il prossimo!
Ero tornato da un viaggio ad Istanbul dopo aver attraversato tutti i Balcani a bordo della mia motocicletta e visto gli effetti devastanti della guerra dello scorso decennio, quando ho iniziato a pianificare il mio ritorno nel “continente nero”! Essendo ammalato di una malattia terribile, il “Mal d’Africa”, l’amore per quella terra unica, magnifica, indimenticabile aveva occupato la mia mente!
In fase di organizzazione del viaggio, ho cercato di unire all’aspetto prettamente vacanziero del raid anche quello umanitario. Raggiungere il villaggio di Ngarigne (80 km a sud di Dakar) attraversando l’affascinante Marocco, l’infinito e misterioso Sahara Occidentale e la colorita savana senegalese in sella ad una moto naked (la mia Honda Hornet 900) per portare un piccolo aiuto ai bambini della scuola materna ed elementare del villaggio. Filippo Aghito si è unito alla grande avventura con la sua “Duna” (Yamaha Tenerè 600 abbastanza datata e con tanti chilometri alle spalle!)
All’iniziativa “Cuore Grande: Pisa – Dakar…con una naked!” hanno aderito diverse Aziende, Scuole, parenti e amici che hanno versato un contributo direttamente sul c.c.b. della Fondazione “aiutare i bambini ONLUS”. Con il ricavato e l’aiuto di tutti sarà ora possibile iniziare la costruzione di una sala mensa nella scuola del villaggio.
Dopo aver preparato tutti i documenti necessari, acquistati i biglietti della nave e dell’aereo e organizzato il trasporto della moto per il ritorno, arriva il giorno della partenza. In un soleggiato ma freddo pomeriggio di novembre iniziamo la nostra avventura partendo da “piazza dei miracoli” di Pisa e raggiungendo Genova dove la mattina successiva ci imbarchiamo su una nave della compagnia COMANAV non dopo aver trascorso più di 3 ore al check-in in quanto il mio nominativo e la mia motocicletta non erano inseriti nella lista “passeggeri”. Una traversata lunga oltre 48 ore ci porta a Tangeri da dove inizia la nostra permanenza in Africa, che, attraverso circa 5.000 km da nord a sud, ci porterà a Ngarigne, piccolo villaggio sulla Petite Cote in Senegal.
Arrivati al porto marocchino, senza più il mio gps rubato in cabina, dopo un controllo alla dogana e la consegna della “dichiarazione d’immissione temporanea del mezzo” (modello D16 bis) già compilata a bordo della nave, usciamo subito dalla città e ci dirigiamo a visitare le grotte di Ercole. Ci fermiamo ad Asilah per la notte e con un semplice giro in centro, io mi accorgo subito di essere in un altro mondo; Gente con i muli per strada, nella via centrale del paese tanti uomini che sembrano indaffaratissimi e che discutono in modo molto animato, negozi pieni di televisori vecchi oramai “reperti archeologici” dai noi, alimentari pieni di spezie, sale barberie e piccoli snack bar al limite dell’igiene (oserei dire di aver utilizzato un metro di valutazione molto ampio!). Prendiamo un buonissimo thè alla menta, ma attenzione a quando si prende il bicchiere…è bollente!
Il giorno seguente un veloce trasferimento autostradale sotto un diluvio universale ci porta a Casablanca dove pernottiamo per una notte al camping “Oasis”. Il giorno successivo chiediamo il visto per la Mauritania in ambasciata, io faccio l’assicurazione per la moto in quanto la mia carta verde non copre questo Paese e infine visitiamo la grande moschea di Hassan II. E’ buio ma decidiamo comunque di ripartire e, nonostante non si veda nulla, eccoci arrivare a Marrakech, una città molto, forse troppo, turistica! Il Marocco non era quello, lo avevamo già scoperto nella nostra prima sosta e soprattutto lo avremmo scoperto nei giorni seguenti.

Dopo una passeggiata nel “labirinto” della medina e nella piazza Jamel Fna ammirando il minareto di Koutibia riprendiamo la strada in direzione Agadir. Strade di montagna, piccoli paesi, mercatini pieni di mercanzie, strade pericolose (ho preso in pieno, all’uscita di una curva, una lingua di cemento fresco caduto da qualche bidoniera e non so come sono riuscito a rimanere in sella alla moto!)…
Arrivati ad Agadir, città marocchina piena di alberghi lussuosi e residence con “parecchie stelle”, ci sistemiamo subito nel campeggio “Agadir” dove incontriamo coppie di italiani che con i loro camper vengono a “svernare” da queste parti e visitiamo il centro e il lungomare. Il giorno successivo superiamo Guelmin, la città degli “Uomini blu”, chiamati così a causa della polvere color indaco che, per ripararsi dal sole, si spalmano sulle zone del corpo e dagli indumenti tipici della gente tuareg e cittadina famosa per il suo mercato di cammelli (anche se lo si dice più per attirare qualche turista!) e, dopo altri 125 km nel nulla, raggiungiamo la cittadina di Tan Tan dove ci accolgono due grandi statue di cammeli ad indicarci che siamo entrati nel Sahara Occidentale. Il paesaggio è cambiato a vista d’occhio. Il verde dell’Alto Atlantico ha lasciato spazio al terreno arido, fatto di terra rossa e cespugli bassi. Iniziamo a vedere ed “assaporare” la sabbia del deserto. Io comincio ad immaginarlo, ma mi sbaglio. Più ci spingiamo a sud e più spettacolare diventa il nostro viaggio. Un vento pauroso ci fa guidare in piega. Siamo sulla P41, la strada che conduce in Mauritania, siamo alle porte del Sahara, chiamato ex Sahara Spagnolo in quanto sotto il controllo degli iberici fino alla metà degli anni 70. La fisionomia della gente, le costruzioni, i villaggi, i mezzi di trasporto, il modo di comportarsi delle persone cambiano radicalmente rispetto al Marocco visto fino a quel momento.
Il viaggio è ancora lungo, ma siamo emozionantissimi. Noi, con le nostre fidate moto in mezzo al nulla con destinazione l’Africa nera!
I nostri pranzi e cene nei tipici locali marocchini a bordo delle strade tra le carni appese in bella vista con centinaia di mosche che girano intorno, sono diventati la nostra normalità. Stasera ci gustiamo degli ottimi spiedini di fegato di capra ai ferri, conditi con un sugo di cipolle rosso, il tutto accompagnato da un buonissimo e morbidissimo pane e da una aranciata che ha un sapore stranissimo!
La tappa che da Tan Tan ci conduce a Laayoune è la più dura, quella che rimarrà indelebile nelle nostre menti, quella che assoceremo sempre a questa indimenticabile avventura!

Vento forte, sabbia ovunque, visibilità bassa, caldo afoso… Ci fermiamo a fare una sosta e bere qualcosa in una stazione di servizio a sud di Sidi Akhfenir, “tra la sabbia e la sabbia”, e conosciamo un trio di motociclisti olandesi che partecipano alla “Amsterdam – Dakar Challenge”. Ripartiamo e neanche il tempo di inserire la marcia più alta, che troviamo sull’asfalto delle lingue di sabbia più o meno lunghe. I miei occhi si spalancano e il cuore mi sale in gola, con le gomme stradali della mia Hornet devo riuscire a superare questi ostacoli. Mentre Filippo piano piano riesce a superarle, io con le gomme sgonfie e ad alta velocità provo a passarci dentro. Supero la prima, la seconda, la terza, ma alla quarta finisco a terra. Un camionista di passaggio mi aiuta ad alzare la moto e mi spinge fuori dalla sabbia. Il vento è sempre più forte, la strada si vede a malapena. Tanti pensieri mi vengono in mente. Ancora sabbia, ancore piccole dune sull’asfalto, altra caduta. Stavolta è un motociclista olandese che mi aiuta ad uscire dall’empasse e successivamente sono io ad aiutarlo in quanto la sua moto è insabbiata. La guida diventa un piccolo inferno. Io e Filippo maciniamo chilometri in quelle infernali condizioni e abbiamo voglia di fare una sosta. Arrivati nella cittadina di Tarfaya ci accorgiamo che si tratta di un ammasso di baracche in mezzo al deserto. Strade di sabbia e gente sull’uscio di casa ad aspettare non so cosa. Veniamo fermati in vari posti di blocco e dopo aver consegnato le nostre fiches (delle schede notizie con i nostri dati anagrafici, professione, n. di passaporto, ecc.) arriviamo a Laayoune. E’ una città piena di caserme. L’esercito e la polizia da queste parti è molto presente. Ci sistemiamo in uno degli alberghi più economici della città “Hotel Marhaba” (anche se è difficile definirlo albergo!), ci dedichiamo alla manutenzione delle nostre moto, facciamo una doccia in una “specie di bagno” e usciamo a visitare il centro. Ci accorgiamo subito che si tratta di una città molto animata (rapportato alle loro tradizioni!) e ascoltiamo anche della musica locale che dopo pochi minuti diventa infernale per le mie orecchie!
La mattina seguente dopo aver fatto alcune foto e visitato la parte spagnola della città, ci dirigiamo verso Dakhla. Io spero tanto che la strada sia migliore di ieri. La notte precedente avevo avuto degli incubi…avevo sognato infinite lingue di sabbia!
Il vento è forte anche oggi. Dovremmo riuscire a vedere l’oceano a ovest, ma c’è così tanta sabbia, che crea una nebbia sottilissima e fitta che non ci fa vedere nulla. Guido la mia moto che sembra di volare su una pista di sabbia. All’orizzonte non capisco se la sabbia ha invaso tutta la strada o è solo sabbia che si muove senza depositarsi sull’asfalto. Fortunatamente si tratta del secondo caso! Per chilometri e chilometri “mangio” sabbia e guido in piega. Quando incrocio tir provenienti dalla direzione opposta, il vento mi muove così tanto che sembra di andare a terra. Filippo invece con la sua “Duna” non riesce neanche a starmi dietro. Il vento lo fa sbandare da una parte all’altra della carreggiata! Superato Boujdour, il vento comincia a calmarsi, la guida diventa più piacevole anche se monotona. Alla mia destra e alla mia sinistra il nulla, di fronte invece vedo una lunga lingua di asfalto che si perde all’orizzonte. Non una curva che possa farmi muovere il manubrio! Mi fermo a bordo strada, prendo le taniche di benzina e riempo il serbatoio. Dopo aver mangiato un “tajinn” (piatto di carne con patate, cipolle e broccoli al forno) in un caffè pieno di mosche ed una insopportabile puzza di pesce avariato, proseguiamo il nostro viaggio e, come all’improvviso, ecco spuntare sulla nostra destra l’oceano Atlantico. Delle magnifiche scogliere a picco sono a due passi da noi. La meraviglia e lo stupore ci conquistano, e rimaniamo senza fiato ad ammirare ciò, che fino a poco tempo prima, non immaginavamo esistesse: quella terra e quel mare. Certo ci vuole tempo per sedimentare e per assaporare tutto questo senza paura. Ma il tempo è una delle più grandi risorse dell'Africa e tutto può depositarsi con calma nel cuore.

Riprendiamo la guida perché abbiamo voglia di raggiungere Dakhla. Superiamo un bivio ed un ennesimo posto di blocco ed improvvisamente si presenta la piana della laguna, una distesa sconfinata di sabbia solcata dalla strada. Più avanti il mare quasi lambisce la strada e appare in lontananza un’isola sospesa sull’acqua come un miraggio. Ci sembra di attraversare le acque come Mosè! Il panorama ai nostri occhi è indimenticabile. Io e Fili siamo lì, con le nostre inseparabili moto, in mezzo a quella infinita distesa di sabbia accarezzata dalle acque. Mille pensieri mi vengono in mente. In quel momento mi sento un uomo veramente libero, un uomo veramente felice, un uomo veramente realizzato!

Circa 4 chilometri prima di arrivare in città troviamo il camping Moussafir sulla sinistra ed entriamo per fermarci per la notte. Troviamo tutti i partecipanti della manifestazione “Amsterdam – Dakar Challenge”, conosciamo un ragazzo tedesco che con la sua bici cerca di raggiungere Tombouctou e alcuni giovani francesi che sono in vacanza con un monovolume bianco così la sera è una grande festa. Musica e alcool a fiumi. Da queste parti è quasi impossibile trovare alcolici, ma gli olandesi son partiti ben riforniti come d’altronde il mio amico di avventura Filippo che, da buon veneto, in una bottiglia di plastica si è portato una bella grappa che unisce ogni qualvolta ci prepariamo il caffè (minimo 2 volte al giorno)!
Ceniamo con buonissimi piatti di pesce pagando naturalmente prezzi molto ragionevoli.
Il giorno successivo decidiamo di rilassarci in laguna, così ci dirigiamo in spiaggia con le moto e piazziamo la tenda per trascorrere l’intera giornata e la nottata. Un rilassante bagno nelle acque dell’oceano, un sonnellino sdraiati sulla sabbia umida, un’ottima cena preparata sul forellino a gas ammirando il sole che comincia a scomparire all’orizzonte dietro una distesa di sabbia… la laguna di Dakhla! Infine a sera facciamo una chiacchierata in inglese con una coppia di sudafricani, che con il loro land rover attraversano l’intero continente nero, e poi in spagnolo con un ragazzo Saharawi orgoglioso della sua terra. La gente del posto è gentilissima, molto ospitale, educata e parlano quasi tutti lo spagnolo. Fino a 30 anni fa era territorio iberico! Mi parla del Sahawari e dei rapporti non idilliaci con il Marocco. E’ per questo motivo che da Tan Tan, città dove inizia il Sahara Occidentale o ex Sahara Spagnolo, è pieno di polizia, militari e si trovano infiniti posti di blocco. Nel 1975, dopo circa 2 anni di guerriglia tra le truppe spagnole e il Polisario (gruppo di lotta composto da gente Saharawi e supportato dall’Algeria), gli spagnoli si ritirarono e nonostante la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja si fosse pronunciata a favore dell’indipendenza del Sahara Occidentale, il Marocco e la Mauritania occuparono quel territorio. Il Re Hassan II organizzò la Marcia Verde, in cui 350.000 civili marocchini disarmati attraversarono a piedi l’antica frontiera per riappropriarsi del territorio non facendo svolgere in questo modo il referendum promesso dalla Spagna prima del suo ritiro. La Mauritania abbandonò il Sahara Occidentale dopo pochi anni così il Marocco si appropriò di tutto il territorio. Per anni vi sono state continue azioni di guerriglia da parte del Polisario contro le truppe marocchine al fine di ottenere l’indipendenza. Solo con un “cessate il fuoco” stabilito dall’ONU nella primavera del 1989 si è messo fine al conflitto. Il governo marocchino, al fine di “tener buona” la gente Saharawi, garantisce diverse agevolazioni fiscali (per esempio: la benzina costa circa 0,60€ al litro, quasi la metà rispetto al Marocco del nord).
Il giorno seguente, di buon ora, riprendiamo la strada in quanto vorremmo arrivare a Nouadhibou in giornata. Maciniamo tantissimi chilometri sotto un sole cocentissimo tra una distesa alternata di sabbia bianca e rossa incrociando pochissimi camion carichi di materiale che provengono dalla frontiera. L’unica persona incontrata è un altro “pazzoide” che se ne va in giro con la sua bici nel bel mezzo del deserto! Superiamo il “tropico del cancro”. Il deserto qui ha proprio le caratteristiche dell’hammada. Creste screpolate di roccia galleggiano sulla sabbia, ammassi di sassi scuri si stendono sulla piana; rilievi cretosi foggiati a cumulo hanno un aspetto sinistro, sembrano residui di eventi lontani che hanno sconquassato il mondo. Parecchi km prima di arrivare alla dogana, all’altezza di una freccia che indica il villaggio Corbero, c’è un posto di blocco. Ai militari consegniamo i fogli già preparati con le nostre generalità, come abbiamo fatto altre volte.
Il paesaggio è movimentato da cumuli alti, poi c’è una grande duna bianca, quindi alture frastagliate, sovrastate da sassi ammonticchiati come pinnacoli.
Dopo alcune ore arriviamo alla frontiera marocchina di Guerguarat ma dobbiamo aspettare le ore 15 perché il funzionario della dogana è impegnato nel suo “riposino” pomeridiano! Dopo diversi controlli possiamo uscire dal Marocco. Appena alzano la sbarra della frontiera, l’asfalto finisce e lascia spazio ad uno sterrato che fa impallidire la mia moto! Siamo nella “terra di nessuno”: non siamo né in Marocco, né tantomeno in Mauritania! Seguiamo la pista e, arrivati ad uno svincolo, dobbiamo decidere se prendere la pista di destra o quella di sinistra. Avevo fortunatamente letto su un forum che quella di sinistra era preferibile in quanto si trovano i resti della striscia di asfalto spagnolo. Così è! Io, con la mia Hornet, riesco ad arrivare al posto di gendarmeria mauro mentre dall’altra parte vedo il furgone dei giovani francesi insabbiato in una conca di sabbia. Si dice anche che fuori dalla pista siano rimaste le mine dell’epoca della guerra tra Marocco e Mauritania, ma alcuni uomini locali, capre ed asini passeggiano tranquillamente tra i resti di carcasse di macchine.
Arrivati alla frontiera maura, entriamo, uno alla volta, in una capanna di lamiera dove 3 poliziotti con addosso delle uniformi che il nostro Esercito utilizzava nella Grande Guerra, registrano la nostra entrata sul passaporto e su un registro fatto di fogli volanti e poi ci chiedono un “chadoux”. Altra fermata obbligatoria alla dogana e pagamento di 10 € a testa con rilascio di ricevuta di 3.000 Oug. Appena usciti da questa specie di frontiera stipuliamo l’assicurazione (anche se è possibile stipularla a Nouadhibou con un risparmio di circa 3€!) e cambiamo del denaro con lo stesso assicuratore naturalmente in nero! In Africa non c’è bisogno di andare nelle banche a comprare la valuta locale, è possibile farlo dovunque, ma attenzione perché, seppur essere la normalità, rimane una cosa illecita.
Superiamo i binari della ferrovia e ci troviamo nuovamente ad un altro posto di blocco. Siamo sulla nuova strada tra Nouadhibou e Nouakchott. Giriamo a destra e dopo aver superato un ulteriore posto di blocco con richiesta anche stavolta di un piccolo chadaux arriviamo in città. Niente di più facile che muoversi a Nouadhibou. Superiamo la prima ed unica rotonda, la città è strutturata lungo l’arteria principale e qui si puònda ibou. un ulteriore posto di blocco con richiesta anche stavolta di un piccolo chadaux i asfa trovare tutto quanto si necessita. E’ un festival tipicamente mauritano, carretti che tengono “testardamente” la corsia asfaltata e veicoli a motore che invece si spostano a lato, taxi che incessantemente caricano e scaricano clienti ovunque, furgoni facenti la funzione di taxi collettivi, ammassi di ferraglia utilizzati come “automobili” e non solo… ed è stato simpatico vedere un cartello con scritto: “circolate con prudenza, la vostra auto vi può abbandonare in qualsiasi momento…”
Sistemiamo la tenda al camping “Baie du Lévrier” in pieno centro e scambiamo due chiacchiere con una coppia di italiani di La Spezia che con il loro Land Rover se ne vanno in giro per il deserto e usciamo a mangiare un boccone. Ci sediamo ad un ristorante e chiediamo un pollo arrosto. Nella mia mente rimane un’immagine che non potrò mai dimenticare: quella cucina affianco ai servizi igienici, quei gatti che aspettano che il cuoco desse loro da mangiare e vicino al nostro tavolo, una coppia di francesi e i loro due figli, uno dei quali di appena 1 anno e mezzo, che sono in vacanza in Africa con il loro furgone bianco!

Il giorno seguente andiamo a visitare la costa a sud della città dove decine e decine di relitti di navi sono abbandonati. Incontriamo un italiano che da oltre due anni lavora da quelle parti e che taglia quelle navi arenate e lasciate lì ad arrugginire per poi rivendere il ferro nelle più disparate parti del mondo. Fa caldo e dobbiamo ancora iniziare la nostra guida verso la capitale. La nuova strada è perfetta, non una buca, non un granello di sabbia ed una buona segnaletica. Ogni tanto vediamo delle tende maure e diversi dromedari. Le dune di sabbia si fanno sempre più alte e il leggero vento fa muovere velocemente la sabbia. La guida prosegue tranquilla con diverse soste per bere dell’acqua quando, all’improvviso, si rompe la catena della moto di Filippo. Ci fermiamo a ripararla non senza poche difficoltà e sentiamo dei suoni che sembrano delle voci provenire dal deserto. Ci giriamo a vedere di cosa si tratta e ci accorgiamo che è il vento. Dei suoni strani e magnifici. E’ vero quando si dice che in Africa non si è mai soli!
E’ tardi e il sole inizia a scomparire dietro alcune dune di sabbia. Dobbiamo percorrere ancora oltre 100 chilometri. Superiamo un posto di blocco e arriviamo a Nouakchott che è buio. Troviamo il camping “Nouvelle Auberge” e anche qui scambiamo qualche parola con una coppia di Sarzana che collaborano per l’associazione umanitaria “bambini del deserto” e che con il loro pick-up stanno tornando in Italia dopo aver attraversato il deserto dell’Algeria, del Mali e quello della Mauritania.
E’ l’ultimo giorno in Mauritania, oggi raggiungeremo il Senegal. Stiamo per arrivare alla nostra meta. Il paesaggio inizia a cambiare, il deserto lascia spazio alla savana, non vediamo più tende berbere ma solo muri di terra rossa e lamiera, i volti bellissimi delle donne non sono più coperti dal velo, gli uomini non indossano più il turbante nero tipico della gente del Sahara….l’Africa nera è alle porte!
Senza accorgercene arriviamo a Rosso. Saremmo voluti andare alla frontiera di Diama, ma invece entriamo in dogana dove un poliziotto ci prende i passaporti e tutti i documenti della moto. Inizia l’inferno, un ricordo “meraviglioso” che rimarrà indelebile nella mia mente. Io comincio a contrattare con il doganiere. Non dovremmo sborsare un centesimo di euro ma invece ci vengono richiesti diverse decine di euro. Alla fine, dopo più di un’ora di contrattazioni e per poter riottenere i nostri passaporti, paghiamo 20€ a testa e prendiamo il traghetto che ci conduce sulle sponde opposte del fiume Senegal. Altra frontiera, altro inferno! Anche qui veniamo assaliti da bambini e adulti che ci offrono il loro aiuto per superare i controlli della polizia e quelli doganali. I nostri passaporti vengono trattenuti da un poliziotto che scompare tra la folla. Pensiamo di averli persi, ma dopo circa 15 minuti ricompare il funzionario pubblico che ci restituisce i documenti timbrati. E’ tempo di andare in dogana. Mentre Filippo se ne sta comodamente seduto a terra a chiacchierare con un gruppo di ragazzi del luogo e controllare le moto, io provvedo a cambiare qualche euro in CFA, naturalmente in nero! Entro nell’ufficio doganale, faccio registrare i mezzi sul passaporto, pago la tassa d’ingresso e poi mi dirigo a stipulare l’assicurazione obbligatoria. Mi fanno entrare in una stanza con una scrivania e due sedie. Oltre al boss dell’ufficio, c’è un uomo che parla in inglese con me, un altro che ha deciso di fare da faccendiere, altri due uomini che seguono le contrattazioni e fuori dal locale decine di bambini curiosi che guardano la scena dai vetri sporchi della porta. Anche qui devo dare il meglio di me, per poter spuntare un prezzo “accettabile”. Finalmente io e Filippo ci rimettiamo in sella alle nostre moto e usciamo dalla dogana, non prima di aver pagato circa 1€ a testa come tassa al comune.
Siamo sulle strade del Senegal!
Immediatamente in un posto di polizia ci controllano i documenti e le attestazioni dell’assicurazione. La strada è in pessime condizioni. Buche grosse come crateri fanno impallidire gli ammortizzatori della mia moto, bambini che attraversano la strada senza fare attenzione, donne che camminano tranquille ai bordi della carreggiata…
Ho spesso riflettuto, attraversando i villaggi a bordo della mia “due ruote” e con in testa un casco spaziale da far incuriosire tutti, sulla differenza fra la giovane, triste ed annoiata mamma europea che spinge il passeggino verso l’ipermercato e la povera, spesso sorridente africana scalza che ti saluta, con il bambino sul dorso avvolto nello scialle.
Altre mamme le vedi battere il pesante pestello per frantumare i cereali del misero pasto, sempre con il bambino in spalla, la testolina che condola al ritmo dei colpi.
Altre, hanno preso, chilometri più in là, un po’ di frutta o verdure che sperano di vendere al mercato o ai bordi della strada, sempre con un fagottino sulle spalle, muto, perché è difficile sentire un bambino africano che piange.
Arriviamo a Saint Louis e ci sistemiamo nell’economico albergo “Café des Arts” dove la simpaticissima proprietaria ci prepara un’ottima cena a base di pesce. Rimaniamo 3 giorni nella cittadina passando il tempo a fare acquisti, rilassarci sulla spiaggia dell’oceano, seguiamo la finale di calcio del torneo cittadino in un campo sportivo gremito fino all’inverosimile e partecipiamo ad una visita guidata al parco naturale di Djoudj dove ammiriamo decine di specie di uccelli tra cui tantissimi pellicani.
Riprendiamo le moto e ci accorgiamo che i motori fanno degli strani rumori. Cerchiamo di capire di cosa si tratta, ma alla fine, dopo aver smontato e visionate vari parti, i rumori persistono. Io e Filippo decidiamo di partire ugualmente affidandoci alla volontà di Allah. Come si dice da queste parti: “in Shallah Allah”!
Sono emozionato perchè nel pomeriggio arriverò nel villaggio di Ngarigne, meta agognata da tempo. E’ un piacere guidare su queste strade molto belle che attraversano scene e scenari di vita quotidiana che mi porterebbero a guidare per centinaia e centinaia di chilometri… paesaggi vivacissimi, la gente è cordiale e disponibile, ci sono decine di carretti trainati da muli, capre libere a bordo strada, i bambini che ti salutano e gli anziani che ti guardano stupiti.
Nei pressi di Rufisque svoltiamo in direzione Lac Retba, più conosciuto come Lac Rose, nome derivante dal colore delle sue acque a causa dell'intensa presenza di sale e posto famoso perchè sede dell'ultima tappa della Paris – Dakar.
Breve sosta e poi proseguiamo in direzione Mbour sulla Petite Cote e iniziamo la ricerca del villaggio di Ngarigne in quanto non si trovano indicazioni stradali. Arriviamo davanti la scuola dove ci aspetta il Sig. Albert Saar, direttore dell’istituto, precedentemente avvertito del nostro arrivo. Io e Filippo siamo felicissimi, ci abbracciamo e ci congratuliamo a vicenda. Ce l’abbiamo fatta!


Il giorno seguente andiamo a scuola e lì troviamo tutti i bambini che ci stanno aspettando impazienti. Al nostro arrivo due bellissime bambine ci consegnano dei fiori e tutti gli altri iniziano a cantare: Happy birthday! E’ il giorno del mio compleanno! Qualche lacrima comincia a scendere dai miei occhi. I sorrisi e gli sguardi felici di quei bambini mi riempiono di gioia. Sono felici perché due persone “nuove” sono lì per loro, a portare la loro presenza. Iniziamo la consegna dei gadgets forniti dagli sponsors: cappellini, matitine, portachiavi, piccoli elefantini e palloncini. I bimbi sono felicissimi. Vederli correre dietro un palloncino che gonfiamo e che lanciamo in aria mi fa venire i brividi! Ci salutano tutti e ci sorridono felici. Nei loro occhi vediamo la gioia e la loro semplicità.
Quei bambini mi hanno regalato per il mio compleanno un qualcosa che nessuno mi aveva dato prima: la semplicità di un sorriso vero!

Io e Filippo trascorriamo 4 giorni sulla Petite Cote, giocando con i bambini della scuola, visitando il villaggio dei pescatori di M'Bour, la tanto turistica Saly, la strana ma bellissima isola di conchiglie di Joal-Fadiouth e aiutando Albert a montare una rete nel giardino della scuola. Lungo la nostra guida a sud del Senegal ammiriamo le tante foreste di baobab, la pianta africana per eccellenza, caratteristica per essere vuota all'interno. Per questo motivo vi è tanto artigianato in legno, non di baobab ma di ebano. Molti sono i prodotti offerti dall'artigianato locale, dalle statuette alle maschere. Avendo consegnato i gadgets a scuola e donato alcuni miei indumenti, le borse della moto sono scariche così faccio il pieno di questi oggetti.
E’ il giorno della partenza. Salutiamo Albert e tutte le altre persone conosciute in questi ultimi giorni e ci promettiamo di rivederci in futuro. Mentre attraversiamo il villaggio e quelli vicini, i bambini della scuola che aspettano il pulmino con le loro mamme ci salutano festosi e ci chiamano per nome. Ricambio il saluto con un suono di clacson. Sono felice e ho il cuore in gola!
Arriviamo a Rufisque dove abbiamo l’appuntamento con Paolo, lo spedizioniere della Macedonia Adventures. Più ci avviciniamo a Dakar e più il traffico diventa caotico. Smog, sabbia, fumo… non riesco più a respirare decentemente! A pomeriggio portiamo le moto al porto e le carichiamo in un container. Il rapporto che si è creato con la mia moto è così “umano” che la saluto e le auguro buon viaggio. L’aspetterò impaziente in Italia tra circa 3 settimane!
E’ così strano, siamo a piedi. Le nostre inseparabili motociclette non ci sono più. Io e Filippo raggiungiamo in taxi il paese di Yoff a nord di Dakar che, nonostante sia distante solo pochi chilometri, dato l’intenso traffico, trascorriamo circa 2 ore in compagnia del tassista! Ci sistemiamo nell’economico ma carino albergo “Lumumba” e trascorriamo il giorno seguente in spiaggia a prendere il sole e mangiare pezzi di anguria e cocco. A notte inoltrata ci imbarchiamo sull’aereo che ci riporterà in Italia facendo scalo a Lisbona. Perdo la coincidenza e così ho anche l’opportunità di visitare la capitale portoghese.
L’avventura è terminata. Questo viaggio è stato un susseguirsi di incontri con volti nuovi, usanze differenti, parole e discorsi dal sapore sconosciuto. Ogni incontro con una persona è stato un viaggio per me, uno scoprire nuove terre, spazi impensati, accorgermi di frontiere e di emozioni inimmaginate.
Gli africani sono gente sorridente. Molti vivono tutta la vita con niente, ai bordi delle strade, davanti a case che di case non sanno davvero. Ma gli sguardi, le facce, sono fieri e sereni. In alcuni villaggi del Senegal, l’uomo è ancora alle origini, cammina sulla terra rossa e calda, vive in comunità, la gente è un tutt’uno. Hanno poche cose ma lo spirito è calmo, positivo, pieno di speranza. I bambini sono i bambini del villaggio, non solo dei loro genitori, vengono tutelati da tutti gli abitanti. Gli anziani stanno insieme a tutti gli altri e nessuno è mai lasciato a se stesso.
Ho visto bambini che non hanno nulla, nemmeno un giocattolino, nemmeno un vestitino addosso, correre sorridenti e gioiosi in giro per le strade, portandosi appresso solo la loro voglia di crescere. E' la comunità che conta, la solidarietà, la famiglia nel senso più completo del termine. Anche nei quartieri di Dakar o Noudibhou o Nouchkott dove ho visto regnare la miseria, la sensazione non è mai stata quella di compatire, ma di rispettare la loro fiera compostezza. Nemmeno per un minuto mi sono sentito “superiore” perché vivo in un mondo dove c’è tutto. Invece tante volte ho chinato la testa davanti a quegli sguardi espressivi, pieni di speranza e di voglia di vivere che mi facevano seriamente riflettere sul mio modo di vivere, sui miei comportamenti, sulle mie paure ed ansie.
Forse la nostra società occidentale, fatta di cose, di beni materiali, fondata sul concetto dell’individuo e del profitto si è un po’ allontanata dalla natura autentica dell’essere umano.
L’Africa nera non è un semplice luogo dove andare per prendere la tintarella. I quasi 5.000 chilometri percorsi mi hanno aiutato a “capirmi”. Il viaggio mi ha scombussolato, ha fatto traballare quei valori che sembravano essere fondamentali, ma che invece non lo erano, ha rafforzato quelli veri, autentici ed importanti!
Camminavo di sera nel villaggio di Ngarigne, l’unica luce era quella della luna e delle migliaia di stelle, gli abitanti del villaggio erano seduti davanti le porte di case fatte di terra rossa, le ombre delle persone che incrociavo scivolavano lievi coperte di silenzio e mi lanciavano un “ca và?” (come stai?), senza fermarsi e mi lasciavano dentro una grandiosa lezione di vita e quel senso di stupenda dignità della miseria che premiano il mio girovagare per questa magnifica terra….l’Africa!


CONSIGLI UTILI:
Preparare il modello D16 bis in nave, in modo da non perdere tempo una volta sbarcati;
Chiedere il visto per la Mauritania in ambasciata maura a Casablanca in quanto costa 200Dih (circa 20€) anziché 50€ come richiesto a Roma (portatevi nr. 2 fotografie formato tessera);
Preparatevi, prima di partire, delle schede notizie in francese in modo da non perdere tempo agli infiniti posti di blocco (nome, cognome, nr. passaporto, data e luogo di emissione, professione, tipo e targa del mezzo, ecc.);
A Laayoune c’è l’ultimo distributore di benzina verde, da lì in poi, solo super e gasolio;
Arrivare prima delle 16 alla frontiera di Guerguerat, perché mentre quella marocchina rimane aperta fino alle 18, quella maura chiede alle 16;
Attenzione al cambio (in nero) in Mauritania. I cambiavalute cercano di far valere 1€ circa 33 oug anziché 330! Si può spuntare anche 340 oug a Noudibhou e 350 oug a Nouchkott;
Fare l’assicurazione del mezzo a Nouadhibou anziché alla frontiera. Si risparmiano circa 3€ per un’assicurazione di 4 giorni;
Possibilità di fare carburante al distributore sulla strada Nouadhibou – Nouakchott al km 175 provenendo da nord.
Cercare di evitare la frontiera di Rosso, altrimenti armatevi di pazienza e sfornate le vostre migliori doti di contrattatore cercando di pagare il meno possibile;
Chiedete sempre la ricevuta nel caso in cui la polizia volesse elevarvi una multa. La maggior parte delle volte vi lascerà andare!;
Non cercate di andare da soli in giro con il mezzo a Dakar. E’ facilissimo perdersi!;
Attenzione ai cambiavalute all’aeroporto di Dakar. Vi cambieranno le banconote locali con monete di euro. Contatele nuovamente quando ce le avrete in mano prima di consegnare le vostre banconote. Sono dei prestigiatori!

DOCUMENTI PER IL VIAGGIO:
Patente internazionale;
Libretto internazionale di circolazione se la moto non è più vecchia di 5 anni, altrimenti carnet de passage;
Libretto di vaccinazione febbre gialla;
Assicurazione da fare in ogni Paese, escluso il Marocco se la vostra assicurazione faccia valere la carta verde in quel Paese;



L’Associazione umanitaria:
Fondazione “aiutare i bambini ONLUS”


Si ringraziano i seguenti sponsor:

Ferrino & C. S.p.A.
Tucano Urbano s.r.l.

Istituto Professionale di Stato Servizi Alberghieri e della Ristorazione “G. Matteotti” – Pisa

Vueffe Racing – Pisa
GIVI s.r.l.
Agenzia viaggi Lunella affiliato “Pinguino” – Pisa
Scuola media statale - Navacchio (PI)
Studio di consulenza del lavoro del Dott. P. Babbo – Lecce
Officina “G. Carneschi”- Ospedaletto (PI)
Viviana Bruno e i suoi amici del Politecnico di Torino
Amici e parenti!